Parlare di sartoria oggi è quanto mai complicato. Sebbene l’approccio tailoring, soprattutto da un punto di vista stilistico, sia tornato prepotentemente alla ribalta sostituendo lo streetwear, il saper fare non è appannaggio di molti, specie se parliamo di direttori creativi, che di solito si affidano a laboratori esterni per produrre le loro collezioni. Vedere uno stilista affermato come Domenico Dolce cimentarsi in prima persona nella costruzione di un abito Dolce&Gabbana che sfilerà in passerella, è dunque non solo una testimonianza preziosa, ma la conferma di quanto un certo tipo di metodologia sia fondamentale per abiti che non solo soddisfano un bisogno effimero e temporaneo, ma un desiderio eterno. Studio, ricerca, dedizione, ma soprattutto un approccio tattile, materico, reale con il tessuto e con la vestibilità su un corpo reale, come facevano i sarti di una volta, tramandando una tradizione “del fatto bene” che, sebbene oggi sia difficile da ritrovare anche nei grandi brand, non andrebbe dimenticata, in quanto è pilastro essenziale della moda, specie quella destinata a durare nel tempo.
Dai bozzetti disegnati a mano alla realizzazione del capo direttamente sul corpo, questi sono solo alcuni dei passaggi che Dolce&Gabbana mette in atto prima del lancio di una collezione. Non c’è spazio per improvvisazione o altro, perché fare vestiti di qualità è cosa seria e arte da imparare attraverso un lavoro costante, meticoloso, conoscenze artigianali che si fanno proprie grazie a quella “devotion”, quella dedizione che è alla base di ogni progetto di successo. In un mondo di approssimazione, il segreto è consapevolezza e qualità.
[📸 Courtesy of Dolce&Gabbana; world.dolcegabbana.com 📹 Courtesy of Dolce&Gabbana]