Agli ultimi Oscar 2026 non ci sono stati dubbi: per i costumi, a trionfare, è stato lo spettacolare Frankenstein di Guillermo del Toro, i cui abiti, curati da Kate Hawley, hanno fatto sognare gli spettatori tra atmosfere gotiche, romanticismo vittoriano e fantasia a tinte horror, un connubio struggente e di grande pathos. Merito, in particolare, degli sfarzosi look indossati nel film dalla protagonista Mia Goth, diventata la nuova regina dei creepy movies di Hollywood, nonché icona di stile anche fuori dal set. Musa di Dior, l’attrice ha sfoggiato due creazioni di Jonathan Anderson, sia durante la cerimonia che all’after party, dove non abbiamo potuto fare a meno di notare la silhouette del secondo, un abito black and white con una particolare struttura sul retro, diventato marchio di fabbrica del nuovo Dior di Anderson. Il direttore creativo irlandese non ha mai nascosto di amare ispirarsi a design del passato da far rivivere nel presente, attraverso reinterpretazioni concettuali e architettoniche, che non rinunciano tuttavia a quell’esprit romantico e sognatore che è anche tipico del DNA della maison.
Oltre a Goth, la passione per silhouette d’altri tempi rivisitate, l’avevamo vista anche nell’abito blu cobalto di Dior indossato dall’attrice Alba Rohrwacher all’ultimo festival di Venezia, ma potremmo tranquillamente affermare che, in passerella come sui red carpet, la mania per il passato l’ha fatta da padrona. Merito dei film e delle serie in costume, sempre più visti e destinati a diventare fenomeno popolare, ma anche del fascino senza tempo che certi abiti continuano a emanare, tra corsetti stringati, ricami, decori e gonne maxi e voluminose. Ecco, proprio il volume delle gonne, è un punto focale di Anderson nel suo Dior, che ha saputo riportare in auge il concetto di crinolina, l’indumento più amato e odiato delle donne del passato, quello che ha permesso alle gonne di ampliarsi a dismisura ed è entrata di diritto nell’immaginario di centinaia di bambine di tutto il mondo, guardando volteggiare nelle sfarzose sale da ballo protagoniste come Rossella O’Hara di Via Col Vento o la Principessa Sissi.
Ma come, dove e quando nasce la crinolina? In realtà, antenate della crinolina, le ritroviamo molto prima dell’800 – secolo in cui acquisisce la sua identità come la conosciamo oggi -, andando indietro al XV secolo. Il motivo da cui prende forma questa esigenza? Puramente estetico: le donne volevano che le loro gonne fossero sempre più voluminose, in modo che il prototipo che a lungo ha dominato la bellezza femminile – quello della vita strettissima – venisse favorito ed estremizzato proprio dall’effetto conferito dal volume della parte sottostante e, come la storia ci ha insegnato, le donne erano davvero disposte a tutto pur di entrare in quei canoni, anche a sopportare le scomodità più castranti. Primo vero antenato della crinolina è lo spagnolo Verdugado, una struttura a cerchi sovrapposti composta da anelli di legno e filo spesso, che era utilizzato come sottogonna per raggiungere l’effetto volumetrico desiderato; poteva avere forma conica o a paraboloide. La forma più diffusa però era quella a tamburo, tipica della moda francese, che ammorbidì un po’ la rigidità delle linee in voga nel periodo. In questo periodo la moda voleva il corpo femminile compreso fra due coni, quello superiore dato dal busto piatto e a forma di V, la parte sotto esasperata dalle forme della gonna. La pettorina, che si portava sul davanti degli abiti, accentuava questo effetto con la forma e le decorazioni.
Dopo il Verdugado, è il Guardinfante l’escamotage più utilizzato per gonfiare le gonne. Il termine nasce con riferimento proprio alle donne incinte, come se potesse fungere da protezione, facendo così la “guardia all’infante”. Era costituito da cerchi di metallo di misura crescente o anche, per alleggerire il peso, da una struttura in vimini. Fu in uso in Europa dal XVI al XVIII secolo: quest’ultimo è il periodo in cui fu maggiormente in voga: le gonne dovevano essere talmente ampie da poter mettere le mani ai fianchi. Nel periodo Rococò di Versailles e Maria Antonietta, troviamo invece il Panier, il predecessore più diretto della crinolina ottocentesca. Si differenzia dai modelli precedenti per la struttura molto prominente sui lati e meno sul davanti: formato da borse o cerchi laterali, il Panier faceva parte degli indumenti intimi indossati nei secoli 17° e 18° per estendere la larghezza delle gonne a lato, lasciando la parte anteriore e posteriore relativamente piatta. In questo periodo tornano le pettorine, che esaltano al massimo la piattezza dell’addome e il contrasto delle forme.
Una pausa dai volumi strutturali avviene durante l’ascesa di Napoleone, sul finire del ‘700: in questo periodo, le dame dell’alta società riscoprono il piacere dell’essenzialità di linee più pulite e scivolate, con richiami alla moda dell’Antica Grecia e l’affermazione del cosiddetto stile Impero, con tagli sotto il seno. Ma questo stacco dura poco perché, con la fine dell’epoca Regency e l’inizio della Restaurazione, le donne tornano lentamente a bustini, corsetti e gonne ampie. Ed è proprio nel 1850, con l’inizio del secondo cinquantennio del secolo, che nasce la crinolina per come la conosciamo tutti. Il suo nome è dovuto a uno speciale tessuto fatto coi crini di cavallo; la crinolina è infatti foderata di crine, cerchi di acciaio e ossa di balena che le donne indossavano sotto la veste vera e propria.
Questo accessorio veniva indossato su mutandoni di pizzo lunghi fino alla caviglia, con sopra una sottana di flanella, tre sottane di percalle e quattro di mussolina inamidata. Inventata verso il 1830 dal francese Oudinot come una sottogonna realizzata in tessuto rigido, imbottito di crine, successivamente fu Charles Worth – noto come il primo couturier della storia della moda – a riproporla. Inglese trapiantato a Parigi, nel 1860 Worth ripristinò la crinolina in una “demi-crinoline”, con una gabbia a cerchi metallici e molle d’acciaio, che aumentavano ulteriormente il volume delle gonne e davano una maggiore leggerezza all’insieme, ormai divenuto di peso non indifferente. Ben presto, non c’era donna che non utilizzasse la crinolina nel proprio processo di vestizione. Non solo le donne dell’alta società, ma anche quelle degli strati più bassi: la crinolina non era un appannaggio esclusivo di uno strato sociale, ma una componente fondamentale della moda femminile dell’epoca. Non senza critiche, ovviamente: considerata una gabbia per uccelli, ben presto medici e scienziati dichiarano il suo utilizzo nocivo, in quanto manterrebbe l’aria sotto la gonna raffreddando la temperatura corporea.
Se pensiamo alla tendenza riportata in auge da Anderson per Dior, non possiamo poi non fare riferimento alla Tournure, che nel giro di pochi anni sostituì definitivamente anche la nuova crinolina. Il primo tipo di tournure presentava la parte anteriore piatta e quella posteriore rigonfia, ricreando il famoso effetto di “sedere a palloncino” che abbiamo potuto ammirare nelle ultime collezioni di Dior. A differenza della demi-crinoline, la forma della Tournure era data da una sola stecca circolare (o cinghia) legata in vita e da alcune stecche semicircolari presenti soltanto sul retro. Un retaggio che continuò anche nei primi del ‘900, durante i magnifici anni della Belle Époque, in cui l’imbottitura sul retro veniva definita “Cul de Paris”, conferendo quell’iconica e sinuosa silhouette a S che ritroviamo nella moda del periodo. Con il passare dei decenni, crinoline, corsetti e Tournure lasciarono spazio a una nuova libertà consapevole, quella portata avanti anche grazie all’avvento di designer come Paul Poiret e in seguito Coco Chanel. Tuttavia, proprio nel 1947, Christian Dior con il New Look riafferma un concetto di femminilità a tutto tondo, con punto vita esaltato dalla Bar Jacket e gonne a ruota. Era l’esaltazione di un nuovo edonismo dopo i difficili anni della guerra, quello che gettò le basi dell’abbigliamento anni ’50 che, pur senza crinoline, si rifà alle silhouette iper esaltanti delle curve dell’ottocento.
Oltre a Jonathan Anderson, un ritorno ai fondamenti della moda femminile di un tempo lo abbiamo visto anche in Simone Rocha, Dilara Findikoglu, Magda Butrym, Valentino di Alessandro Michele. Ma questa volta, la crinolina – così come il corsetto – diventano emblema di una rivendicazione femminile che non è succube ma indipendente, quella di una schiera di donne che non rinuncia a vezzi e a esibire la sua sensualità più accentuata, come strumento di autoaffermazione e spregiudicata ribellione.

[📷MEGA; dior.com]