La storia e i suoi risvolti contraddittori. Un bottone mancato che diventa dono prezioso da custodire. Lo sfarzo e la nota sbagliata che diventa licenza poetica ipnotica. Roma, la sua magnificenza, i suoi vizi, i suoi angoli dimenticati e la sua bellezza sublime che provoca un’immediata sindrome di Stendhal. Per Alessandro Michele le interferenze sono un’opportunità. Una meravigliosa opportunità per far convergere ispirazioni, epoche, visioni apparentemente distanti ma che trovano una loro armonia perfettamente imperfetta.

La cornice dello show, tenutosi occasionalmente ieri sera a Roma, parla da sé: Palazzo Barberini, coacervo fondamentale di arte e influenze storiche primarie, nonché sede della Galleria Nazionale d’Arte Antica e l’Istituto Italiano di Numismatica. Progettato tra il 1625 e il 1633 dall’anziano architetto Carlo Maderno e dall’architetto Francesco Borromini, in seguito a prendere la sua direzione fu il Bernini, che si trovò a collaborare proprio con il Borromini per dar vita alle sontuose facciate del palazzo come le conosciamo oggi. Già dunque, nella genesi del Palazzo, convivono energie creative diverse, che tuttavia hanno trovato una loro ragion d’essere ma soprattutto hanno saputo dar vita a un progetto eterno. Un gioco di interferenze appunto. In qualche modo, come dichiarato dallo stesso Alessandro Michele, lui stesso è un’interferenza: si trova infatti a dirigere una maison storica della moda italiana, fondata da qualcun altro, apportando il proprio contributo in un concatenamento antico e in continua evoluzione. Ma il bello della moda è proprio questo: contraddizioni che trovano un accordo, un linguaggio comune, un territorio da esplorare e riesplorare di volta in volta, dove passato e presente si scontrano e incontrano.

La collezione FW26 gioca proprio su questo confine sottile di energie diverse, dove influenze che arrivano direttamente dalla fine degli anni ’80 si uniscono a quel tocco dreamy e massimalista che è tipico di Michele, ma anche a una nuova sensualità. Se in passato il direttore creativo di Valentino ci aveva regalato collezioni corpose ma talvolta eccessive, in questa sfilata sembra aver trovato la chiave di volta tra leggerezza e opulenza, in un’equazione vincente. Top lingerie in pizzi sofisticati e gonne drappeggiate da grand soirée, cappe con spalle strutturate e pioggia di scintillii cangianti, gioielleria importante e decisamente destinata a lasciare il segno e skinny jeans. Volant e tagli asimmetrici, plissettature e dettagli furry irriverenti, occhiali a mascherina che giganteggiano sul volto. E poi l’uomo, sofisticato nella sua sartorialità mai prevedibile, con cappotti realizzati ad hoc, fusciacche, giacche in satin con scolli orientali preziosi, sneakers daily e mini bag finemente decorate.

E li, percorrendo solennemente la scalinata del Palazzo, i modelli avanzano uno a uno amalgamandosi con i suggestivi interni, e i quadri barocchi di putti e scene pastorali e gaudenti diventano lo sfondo perfetto di uno show che è probabilmente il meglio riuscito di Alessandro Michele dal suo arrivo da Valentino. Dopotutto, nell’invito con l’ormai virale bottone inviato agli ospiti – una riproduzione del bottone slacciato dal busto scolpito dal Bernini che ritrae il cardinale Pietro Valier – ricorreva la frase “Quod est perenne gaudium requiere”. “La ricerca della felicità eterna”. E un po’ ieri sera questa felicità l’abbiamo respirata.


[📷Courtesy of Valentino]