Schiaparelli FW26: le Sfingi di Roseberry portano un tocco couture anche nel ready to wear

Che ormai Daniel Roseberry ci abbia abituato a un gusto specifico e “prevedibilmente” sontuoso per ogni collezione che disegna per Schiaparelli è un dato di fatto. Tuttavia, in questa prevedibilità fatta si silhouette enfatizzate al massimo, tessuti preziosi, oro e vari riferimenti al mondo dei bestiari – con teste di felini finte su scarpe e accessori forse non necessarie – il talento del designer si riconferma in una visione coerente, dove il glamour del red carpet e l’onirico dell’eccentrica stilista Elsa, convivono in un connubio che, sarà pure ripetitivo, ma continua a piacere e a ricevere consensi, soprattutto a Hollywood dove si sa, l’eccesso non è mai un vizio ma una virtù.

In questa collezione Fall/Winter 2026, Roseberry ha dichiarato di essersi rifatto agli archivi ispirazionali di Schiaparelli e di essere rimasto particolarmente affascinato da delle spille disegnate da Giacometti, che ritraevano delle Sfingi. Creature mitiche a metà tra donne e animali, questo senso di contraddizione e dualità ha influenzato non poco il designer, che si è detto assolutamente convinto di voler puntare proprio su questo senso del doppio in questa collezione. Ed ecco che la femminilità più estrema incontra gli archetipi del guardaroba classico maschile, la morbidezza e la leggerezza si scontrano con la decisione tagliente delle forme e quell’allure inconfondibile della couture da tappeto rosso con il vestiario quotidiano. Certo, parlare di abbigliamento dailywear per un brand come Schiaparelli sarebbe un azzardo: non è un marchio pensato sicuramente per essere indossato ogni giorno, al lavoro come al supermercato, e nemmeno vuole esserlo, a meno che non si tratti di donne dalla personalità talmente spiccata da poterlo portare anche in certe situazioni “ordinarie” con nonchalance. Quello che Roseberry intende, piuttosto, è riuscire a trovare un filo conduttore tra il divismo iper esclusivo e il desiderio anche di donne “normali” di poter portare una creazione della maison, magari per qualche occasione serale o speciale, che trasudi couture pur non essendolo.

Su questo perno fondamentale si declina l’intera collezione, ovvero tra il DNA sognatore di Schiaparelli e la moda vista come business, che deve avere dunque una concretezza d’intenti, ben oltre la fantasia. E in questa contraddizione, fatta di equilibri sottili, Roseberry cerca di trovare la sua risposta, permeando ogni capo di questa dualità manifatturiera e visiva. Column dress con paillettes incontrano drappeggi metallici esclusivi, mentre il pelo a taglio vivo è incredibilmente asciutto nel suo sfarzo. Tessuti misto seta plissettati riproducono un effetto liquido, ricoperti da laminazioni trasparenti, che ritroviamo su abiti e completi dal taglio a spirale. E poi la maglieria, in lavorazioni che il direttore creativo ama definire “maglia impossibile”: tradizionali maglie a trecce Aran accostate a pannelli di tulle per un risultato quasi illusorio, come a creare qualcosa di pesante che sembra fluttuare sul corpo. Non manca ovviamente anche il jersey, un tessuto molto caro all’heritage di Schiaparelli, dato che Elsa fu tra le prime a introdurlo nel guardaroba femminile, dimostrando, sin da sempre, una visione della moda unica, radicale, controcorrente. Gli accessori sono come sempre un’ode all’opulenza, tra decorativismo irreale e suggestioni noir, di finezza estrema. Roseberry resta fermo sulla sua linea creativa, forte ovviamente di un marchio che si è sempre distinto per la sua enorme eredità di suggestioni e mondi da esplorare. Non sappiamo in quante donne sceglieranno di vestire davvero Schiaparelli per una cena di gala o a teatro, ma per il momento il brand resta il più amato dalle celeb d’Oltreoceano, e questa è già una gran cosa.

[📷Instagram: Schiaparelli ©Clara Cullen] 

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