Tredici Pietro e la sua “Uomo che cade” a Sanremo 2026: “L’errore è una cosa meravigliosa”

La banalità è uno dei mali dei nostri tempi. E, vi dirò di più, è sempre bello poter constatare quando degli artisti della nuova generazione riescono a squarciare quella patina di ipocrisia superficiale, ponendo l’attenzione su temi ben più impegnativi di quelli che possono esserci in un tormentone. E sia chiaro, nessuno qui vuole demonizzarli. Ma perché non spingerci un attimo al di là di quello a cui siamo abituati? Ascoltando Pietro Morandi, in arte Tredici Pietro, ragazzo non ancora ventinovenne che viene dalla provincia di Bologna, questo forte pensiero rimbomba nella testa. Fin dai tempi di “Pizza e Fichi”, quando al suo fianco c’era Mr. Monkey, si è distinto per originalità, per una voce graffiata che rappresenta un segno distintivo notevole, per tematiche che non hanno mai fatto l’occhiolino alla scontatezza.

Un modo per fuggire dai pregiudizi che comunque anche i così dipinti “privilegiati figli di” vivono. Lui ha tolto quel cognome dal nome d’arte, ma non ha rinnegato nulla, ovviamente. Anzi, l’ha onorato, intraprendendo un percorso tutto suo. Per genere, contenuti, immagine. Tredici. «A me piace che sia un numero primo», ci ha detto. Che per alcuni è un numero fortunato, soprattutto per chi giocava al Totocalcio, ma sfortunato per altri. In realtà quel numero apparentemente insensato sta a rappresentare la sua compagnia, i regaz, quelli che ha salutato sul palco dell’Ariston, ieri martedì 24 febbraio 2026, prima serata del Festival di Sanremo, dove ha esordito con “Uomo che cade”.

Un brano complesso, ma ben architettato. Solido, ma anche profondo. Stiloso, ma non scontato. Un po’ come il buon Pietro ha fatto già con tante canzoni in passato. Per questa prima assoluta non si è snaturato. Anzi, ha rilanciato, anche con l’aiuto di un grande artista come Antonino Dimartino, tra gli autori del brano. Noi lo abbiamo incontrato a pochi giorni dall’esordio, quando l’ansia era poca e la tranquillità regnava. E lo si è visto anche quando, nel tentativo di esibirsi, non si è scomposto, quando il microfono che aveva in mano non funzionava, costringendolo a bissare l’esibizione.

Al primo ascolto ho percepito un’architettura solida, su più scale, in cui dai spazio al tuo conscio, ma anche al tuo inconscio. Perché “Uomo che cade” era il pezzo, secondo te, perfetto per arrivare a Sanremo?

Mi fa piacere che ti sia arrivato, che ci sia una sorta di percorso che poi parte e poi torna giù. La cosa bella è che i pezzi belli nascono in maniera fluida. Belli per te, chiaramente, quelli di cui sei convinto. E quindi il motivo più significativo è proprio che il pezzo è stato fatto in maniera completamente aperta, senza la pretesa di fare nulla, se non di conoscerci con Dimartino. Lui è uno che viene dalla musica, anzi dalla musicologia, forse dai luoghi più alti della musica. Sicuramente popolare e tra i più alti, ma in generale sta proprio dall’altra parte lui, su un altro livello. Perlomeno io lo metto sul pulpito: uno che veniva dal rap a conoscere uno che è musica.

Lui è espressione, è intensità, però sicuramente, come l’ho visto io, era uno da portare nel mio mondo. E noi ci siamo incontrati: un musicologo e uno che viene dal rap. Questa è la cosa bella. Ci siamo incontrati e ci siamo anche stupiti l’uno con l’altro facendo questa roba. A un certo punto lui era al basso, io ero al pianoforte che lo seguivo. Nel frattempo c’era Vanegas in studio con noi che suonava – se non sbaglio la chitarra in quel caso – comunque stava alle macchine. E ci siamo trovati in un brano che non è né rap, né pop, né Dimartino, né Tredici Pietro. Invece senti tantissimo Tredici Pietro e tantissimo Dimartino, perché ci sono proprio, credo, le firme di entrambi, le cicatrici dei due artisti. Secondo me le senti: vedi che questa cosa l’ha fatta lui, invece questa roba compositiva, gli archi, quella cosa lì, è un’idea di Dimartino. La cosa bella è che è più il clash che altro. E poi i brani prendono significato dopo che li fai. Secondo me, se mi chiedi qual è il motivo per cui ho scelto questo brano, è questo: che si incontrano due mondi.

Tu nasci rapper, se vogliamo usare un’etichetta. Però ho sempre apprezzato questa tua anima trasversale. Ti sei messo in gioco anche nei ritornelli – che non sono affatto una diminutio, anzi: secondo me sono una parte fondamentale della musica, perché sono quelli che ti restano in testa. Hai scritto testi molto intensi, almeno dal mio punto di vista, soprattutto a livello umano e di introspezione. Per questo faccio fatica a definirti semplicemente un rapper.

No, no, assolutamente. Come io non definirei musicologo Dimartino. Però Dimartino ha fatto musica pop venendo dalla musica altissima. Io sono arrivato al pop venendo dal rap. Quindi siamo un fluido, noi facciamo musica. In questo caso, secondo me, siamo andati uno verso l’altro.

Nel presentare questo brano hai detto che hai usato questa figura dell’essere umano che cade sempre negli stessi errori. In questo caso, secondo te, accade più per debolezza o per crescere?

Io percepisco tantissima paura tra i miei pari, tra i miei coetanei. Più che focalizzarci sul cadere sempre negli stessi errori, io vorrei focalizzarmi sul fatto che cadere e commettere errori è, ancora prima di tutto, giusto. Io non saprei distinguere in maniera così chiara il bianco dal nero. Però è giusto cadere, è giusto sbagliare. È un po’ sfumato l’oggetto. Anche negli stessi errori, perché è l’unico modo che abbiamo per correggerci. Le leggi si fanno per correzione: non esiste la legge contro l’omicidio senza l’omicidio. Un bambino impara a camminare sbagliando. Sì, tuo padre e tua madre ti insegnano, ti danno delle informazioni base, ma il modo in cui tu ti sei strutturato per camminare è stato per correzione, inciampando.

Oggi ho notato che noi abbiamo paura di fare, non tanto di sbagliare, ma proprio di fare. Parte ancora più dalla radice. Non imparerò a correre se non imparo prima a gattonare e poi a camminare. Solo facendo e solo sbagliando. L’errore è una cosa magistrale, meravigliosa, fenomenale, stupenda. Soprattutto oggi che c’è tanto immobilismo. Io percepisco tanto immobilismo e tanta paura proprio di muovere il primo passo, uscire di casa. Chiaramente ci sono impedimenti economici, l’inflazione e tutto quello che vuoi, ma io noto veramente tanto immobilismo. Più che cadere negli stessi errori: va bene, ma sbaglia. Ma sbaglia, ma sbaglia, ma sbaglia. Che sia lo stesso errore, ma meglio piuttosto che niente, l’assoluto immobilismo.

Passando all’esperienza sanremese: io non l’ho mai vissuta come artista e penso che purtroppo mai lo farò. Cosa si prova a esordire a Sanremo? Come ci si prepara?

So solo come ci si prepara. Tra un po’ di impedimenti vari, cose personali, sono andato dal maestro di canto, corro, faccio fiato. Mi preparo a essere lì con il cuore qua. Perché potenzialmente potresti trovarti con il battito a 200 e il cuore in gola e non riuscire a dire tre parole di fila senza fiatone. Quindi ti alleni per questo. È una performance fisica. E poi ti pulisce anche la testa.

Per i duetti hai scelto una canzone importantissima, ma anche gioiosa, leggera, però che nasconde una profondità di base, ovvero “Vita” di Dalla e Morandi. Nell’immagine che hai postato sui social con Galeffi e Fudasca, mi è piaciuto il messaggio di collettivo. Come è nata questa collaborazione? E poi sulla canzone, citando quei due meravigliosi artisti: “Vita in te ci credo”… tu in questa vita ci credi?

Non mi sarei chiamato Tredici Pietro, mi sarei chiamato Un Pietro, se fossi convinto che da soli si combini qualcosa. Io celebro tante cose. In questa scelta di cantare un brano di mio padre e cantarlo con i miei fratelli, celebro da dove vengo, perché è il posto giusto, avendolo rifiutato. In qualche modo ho sempre evitato di essere “Morandi”, ho voluto essere Tredici per questi anni, perché sono sempre stato così da bambino. Scappavo di casa, non volevo i soldi dei miei, detta in poche parole. Però è una sciocchezza questa, l’ho detta in maniera molto brutale. Però oggi arrivo qui con le mie spalle e le mie gambe e sono gasato di celebrare da dove vengo. Ma devo portare con me le persone che sono state nel percorso degli ultimi anni, che hanno scritto la musica insieme a me. Sono anche dentro in piccola parte al brano “Uomo che cade”, hanno messo il fiocco finale. Quando è stato creato e composto, comunque li ho portati in studio con me per ultimarlo. Quindi devo celebrare la loro presenza. Perché io non sono niente senza di loro.

Riguardo tuo padre: è una domanda ricorrente, ma quanto ti ha dato fastidio in questi anni la continua associazione?

Non c’è niente che mi dà fastidio. Capisco che Morandi faccia titolo da solo. Capisco tutto. Quel cognome è da onorare, in realtà. La mia storia è da onorare, non da evitare. Mi sono fatto il mio percorso perché voglio la mia credibilità, però è da onorare.

[📸 Courtesy of Words For You; IPA]

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