Marc Jacobs: Marc è qui e non dobbiamo dimenticarlo

“Memory. Loss”. Questo è il nome della collezione che Marc Jacobs ha presentato lunedì sera a New York, con uno show fuori dal calendario ufficiale che ha tuttavia inaugurato la settimana della moda newyorkese. Diciamolo subito, la collezione è bella ed è convincente. Nella linearità delle sue forme sartoriali e squadrate e nei suoi accostamenti color block, il designer invita a ripercorrere punti salienti ed ispirazioni fondamentali della storia della moda, riferimenti che ci ha tenuto a specificare anche nel comunicato ufficiale dello show. Pilastri della moda degli anni ’90, che vanno da Helmut Lang a Prada, da Saint Laurent e Perry Ellis, il marchio simbolo dello stile americano del periodo con cui Jacobs si è affermato nel mondo della moda internazionale, grazie a un’iconica collezione passata alla storia come la consacrazione del grunge. Un invito a riflettere su quanto il passato continui a plasmare inevitabilmente ciò che siamo oggi e quanto la perdita possa diventare un punto di forza ma soprattutto di rinnovamento, perché ciò che è stato non muore ma perdura in un processo continuo tra morte e rinascita.

In un certo senso, questa sfilata rispecchia il processo di Jacobs stesso come designer; dopo sfilate all’insegna dell’eccesso, questo show, nella sua sobrietà, esprime un senso profondo di consapevolezza e know-how, come a voler riaffermare ⁠un heritage che negli ultimi tempi abbiamo dimenticato. Perché, diciamocelo, negli ultimi anni il designer è saltato all’occhio più come personaggio “macchietta” che per il suo DNA stilistico che, tuttavia, non si può negare sia stato significativo. Anzi, lo è tutt’oggi. In un invito collettivo alla memoria, Marc Jacobs ci ha, forse inconsapevolmente, ricordato quanto invece il suo talento e influenza siano ancora vividi e pronti per avere ancora una voce nella moda contemporanea. ⁠Al di là delle celebrazioni al limite con la commemorazione, basti ricordare il recente documentario di Sophia Coppola presentato a Venezia, Jacobs resta e resterà una delle voci più rivoluzionarie dello stile. Dai suoi esordi, in rappresentanza di un underground newyorkese degli anni ’90, fino alla spettacolare direzione creativa di Louis Vuitton, il suo genio ha apportato cambiamenti unici. Come dimenticare le collaborazioni, lanciate da lui stesso, tra Louis Vuitton e artisti come Takashi Murakami? Un colpo da maestro che ha spianato la strada a quella combo ormai diventata indissolubile tra moda e arte. E il suo omonimo brand, recentemente sull’orlo di cessione da parte di LVMH ora momentaneamente sventato, che ha segnato lo streetsyle degli anni 2000? Tutti volevano Marc, emblema di sregolatezza creativa ed estro poliedrico, tutti volevano un pezzo di quella libertà che sapeva passare dall’irriverenza al bon ton con naturalezza disarmante.

E oggi, oggi abbiamo ancora spazio per Marc Jacobs? E chissene delle sue unghie chilometriche, delle pinze tra i capelli o della sua ossessione mai celata per le borse di Chanel; parliamo di creatività, del designer oltre il personaggio, dell’aspetto che da anni è stato quello meno rilevante ma che invece dimostra ancora di avere un senso. La memoria non va persa, ma deve diventare strumento di consapevolezza per rendersi conto che c’è ancora chi ha qualcosa da dare, oltre il chiacchiericcio da tabloid. ⁠Marc è ancora qui: vale la pena ricordarlo.

[📷 Instagram: marcjacobs]

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