Mai come in questa stagione, salvo rari casi, ho trovato la settimana della moda parigina dedicata all’haute couture estremamente noiosa. Non fraintendetemi, di abiti fatti bene e perfettamente aderenti al concetto di “alta moda” ne abbiamo visti tanti, eppure, non posso negarlo: il sentimento che ha prevalso in me, alla loro visione, è stato quello di un grandissimo sbadiglio e una certa, naturale e quasi inconsapevole estraneità a quello che stavo osservando dallo schermo del mio laptop. C’era la magnificenza, c’era l’architettura sinuosa e grandiosa delle silhouette, c’era il minuzioso decorativismo artigianale, c’era il frutto tangibile di ore di lavoro spese nell’ufficio stile. Eppure, nulla è riuscito davvero a emozionarmi. Un po’ me ne dispiaccio e un po’ riesco a comprendere perfettamente il perché di questa reazione: ho trovato quasi tutto estremamente anacronistico, una bella favola che oggi come oggi non ha più senso di esistere.
Certo, da che mondo è mondo, l’haute couture è stata pensata non per essere indossata nel quotidiano e soprattutto non per il pubblico di massa. Creazioni da personalizzare e realizzare su misura per pochi privilegiati al mondo, principesse e regine, personaggi del jet-set e e via discorrendo. L’obiettivo principale è sempre stato quello di stupire, suscitare un’emozione che oscillasse tra l’ammirazione e l’estasi, il riconoscimento dell’expertise manifatturiera. Qualcosa che dovesse trasudare esclusività, abiti destinati a pochi se non a essere esposti nei musei come opere d’arte. Il fatto è che i tempi sono molto cambiati da quando Monsieur Dior e Valentino Garavani presentavano le loro creazioni in eleganti salotti frequentati dalle signore dell’alta società internazionale. Oggi, che anche il ready-to-wear è diventato appannaggio di pochissimi, il confine tra più o meno esclusivo è davvero sottile. Ma soprattutto, i canovacci dell’alta moda che resistono al tempo e fanno fatica a cambiare forma, ci parlano forse di un’ostinata resistenza all’adattamento. Va bene sognare, ma se il sogno non è più piacevole evasione ma uno schema ripetitivo visto e rivisto, ci viene voglia di svegliarci perché la realtà parrebbe quasi più stimolante.
Ed ecco che Daniel Roseberry ci ha presentato i suoi “animali fantastici e dove trovarli”. Con chiari riferimenti al mondo di Alexander McQueen e Thierry Mugler, le sue creature – a metà tra donne-arpie e madri natura salvifiche – rappresentano un esercizio di stile fine a sé stesso e fin troppo ridondante per essere apprezzato fino in fondo. Una narrazione che ha fatto il suo tempo e che esprime fino in fondo quello che è ormai l’obiettivo della maison: fare vestiti per le celebrità, fine. Alessandro Michele per Valentino si rivela come sempre il più abile cantastorie della moda contemporanea: i suoi mondi, a differenza di altri, sono realmente parte di un DNA personale vastissimo e coltivato con cura ed entusiasmo. Storia, arte, cinema e filosofia, il designer romano è un vero appassionato e questo elemento lo differenzia dagli altri, che spesso fingono conoscenze che non possiedono davvero.
Resto fermamente convinta che la moda non possa sopravvivere senza un background culturale forte e pertanto sento di dover ringraziare Michele nel darci ogni volta degli stimoli intellettuali interessanti, fosse anche solo informarci su cosa sia un peep show, la modalità scelta per questa sfilata couture SS26. Se non l’avete ancora cercato, vi invito a farlo di vostra iniziativa, altrimenti continuate a barcamenarvi nel dubbio legittimo di non sapere cosa sia. Il mio problema, con Alessandro Michele, e in questo caso con Valentino, è che se da una parte provo una sconfinata ammirazione per i suoi mondi di appartenenza – che in parte sono anche i miei – dall’altra non sempre riscontro la medesima soddisfazione negli abiti che propone. Sia chiaro, si tratta di capi splendidi: penso che se Alessandro Michele fosse vissuto qualche decennio fa, sarebbe stato il costumista perfetto per Federico Fellini, avrebbe realizzato un Casanova forse ancora più indimenticabile di quello che abbiamo già. Ma appunto, alcuni abiti sono talmente tanto “costume”, tra riferimenti a icone come la Marchesa Casati o il Metropolis di Fritz Lang, che faccio fatica a visualizzarli sempre su delle persone fisiche. A volte, credo, che semplicemente lo spettacolo prenda il sopravvento sui vestiti. Sono abiti destinati, più che a persone privilegiate, a persone con personalità: il che è un bene, ma anche un’arma a doppio taglio, se pensiamo che la personalità è tristemente diventata l’accessorio meno sfoggiato di oggi.
Jonathan Anderson sta costruendo pian piano la sua identità in Dior. Inutile negare che questa collezione couture ci ha immediatamente riportato ai tempi della direzione creativa di Raf Simons, sebbene Anderson non rinunci al suo tocco unico e perfettamente riconoscibile, nel design così come nella sperimentazione visiva che pure conserva qualcosa di autenticamente ancestrale. Se questo mix affascinante e che l’ha consacrato – giustamente – alla fama e alla considerazione come uno dei direttori creativi più talentuosi della “millennial-generation”, ha funzionato alla perfezione con Loewe, in Dior mi concedo ancora qualche riserva. Vedo quel processo entusiasta, l’innovazione, l’occhio chirurgico per i dettagli e per ogni elemento che compone uno show, dalla regia agli inviti per gli ospiti, e penso che questi siano tutti elementi di primaria importanza per un numero 1. Ma, in un marchio come Dior, a volte percepisco un’antitesi talmente forte tra passato e futuro che non riesce sempre a convincermi, e questo nella sfilata couture SS26 è stato enfatizzato ulteriormente.
Per me, l’unico che ha veramente compreso e fatto suo il concetto di alta moda in chiave contemporanea è Matthieu Blazy per Chanel: a chi l’ha accusato di non aver introdotto abbastanza glamour o barocchismi nella sua collezione, vorrei rispondere che è questo quello che mi aspetto dall’alta moda del 2026. Costruzioni sul corpo, per il corpo, e non un processo volto solo ed esclusivamente a stupire. In verità, la sua leggerezza mi ha stupito molto di più dei manierismi di altri. Nella sua linearità non priva di finezze, nella sua capacità di trattare il tessuto e il cartamodello approcciando all’abito con il lusso dell’esperienza, piuttosto che con quello dell’opulenza gridata, ha saputo conquistarmi. L’ho trovata credibile, fresca, contemporanea, sublime in tratti invisibili agli occhi di chi guarda solo con i filtri dell’apparenza. Il grande merito di Blazy è che è riuscito a farmi apprezzare una realtà che può essere ancora fatta di bellezza, piuttosto che vendermi un sogno che non fa gola più a nessuno.
[📸 dior.com]