Wimbledon dice no agli influencer. O, meglio: dice no all’idea che un torneo di tennis debba trasformarsi in un set per TikTok. Dal 2027 l’All England Club non introdurrà una categoria di accredito dedicata a influencer e content creator. E chi arriverà ai Championships con attrezzatura ritenuta potenzialmente disturbante, come le famigerate ring light, potrebbe vedersela confiscare all’ingresso. La decisione arriva dopo quello che è successo al recente US Open, dove circa 100 creator sono stati accreditati per raccontare il torneo sui social, quasi il doppio rispetto all’anno precedente. Una strategia pensata per avvicinare il tennis a un pubblico più giovane e amplificarne la portata digitale, ma che in alcuni casi ha prodotto l’effetto opposto: rumore durante i punti, fotografie e video realizzati a bordo campo, luci accese durante il gioco e perfino un match di Naomi Osaka interrotto dal comportamento di alcuni spettatori.
Non è, però, una semplice guerra agli influencer. Naomi Osaka, dopo il match, ha invitato chi si trovava sugli spalti a “rispettare lo sport” e a conoscerne le regole e l’etichetta. Anche Coco Gauff ha sottolineato la necessità di educare i nuovi spettatori alla cultura del tennis. E forse Wimbledon, in questo senso, sta semplicemente difendendo ciò che lo rende Wimbledon. Perché esiste una differenza tra raccontare un evento e comportarsi come se l’evento esistesse per produrre il proprio contenuto. Il problema non è fare una foto e nemmeno essere un influencer. Il problema nasce quando il bisogno di ottenere la clip perfetta, la luce perfetta, il momento perfetto per Instagram diventa più importante di ciò che sta accadendo in campo. Il tennis, dopotutto, ha bisogno di nuovi spettatori, ma forse non ha bisogno che ogni spettatore diventi automaticamente il protagonista.
E se per una volta un grande evento decidesse che il contenuto può aspettare, mentre il match no? Forse non è una cattiva idea. Rispetto prima di tutto.
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