Musa dei Rolling Stones e icona di stile di Kate Moss, Anita Pallenberg ha vissuto la vita che voleva

Bella, esuberante, ribelle, anticonformista, in una parola, libera. Anita Pallenberg può essere considerata un’icona ante litteram, non solo per lo stile unico che ancora oggi continua a dettare tendenze, ma anche per la personalità magnetica che le ha permesso di vivere, nel bene e nel male, la vita che voleva. Nata a Roma, sin da adolescente dimostra un carattere insofferente alle regole della sua rigida e altolocata famiglia tedesca, e invece di recarsi a scuola, passa le giornate con l’artista maledetto di Via Ripetta, Mario Schifano, che la introduce al mondo intellettuale della capitale degli anni ’60. E proprio nel seguire Schifano a New York, che Anita entra in contatto con la Factory di Andy Warhol e comincia la carriera di modella, dopo un ruolo nel film Barbarella con Jane Fonda. È durante un concerto a Monaco che la giovane attrae immediatamente l’attenzione del gruppo più famoso al mondo, i Rolling Stones. Inizialmente intraprende una relazione con Brian Jones, e successivamente con Keith Richards, con cui vivrà 12 anni di amore turbolento che porterà alla nascita di 3 figli, ma si dice che nemmeno Mick Jagger sia rimasto impassibile al suo fascino.

Capostipite del “Boho-Chic” in tempi non sospetti, è Anita che ispira la band nei look e nei make up, nonché tutta una serie di It-girls che negli anni avvenire l’hanno eletta a icona da imitare; da Sienna Miller ad Alexa Chung, è Kate Moss stessa a definirla “l’essenza dello stile”, tant’è che le due diventano intime amiche. Anche in età matura Anita Pallenberg ha continuato a dirigere la sua vita seguendo sempre e solo i suoi istinti, e senza perdere nemmeno un grammo del suo fascino, tant’è che è Vivienne Westwood a portarla in passerella a 56 anni. Una vita di eccessi che si è spenta nel 2017, ma che continua irrimediabilmente a sedurci, come dimostrato dal documentario biografico “Catching Fire”, presentato a Cannes e ora disponibile su Prime Video.

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