Menswear Fashion Week: il “Caos Calmo” per la Spring Summer ’25 tra Milano e Parigi

Che la moda stia vivendo un momento di profondi cambiamenti è un leitmotiv che sentiamo ripetere già da qualche stagione. Nel marasma generale, tra cambi di direttori creativi, prezzi alle stelle e bilanci in alcuni casi preoccupanti, l’ultima Fashion Week che ha visto protagonista l’uomo per la prossima Spring Summer 2025, sembra in un certo qual modo una parentesi di pausa da tutto il caos. Un uomo che sorvola sui confini indefiniti del genere, che si appropria di una certa delicatezza, ma senza sconfinare quasi mai nella provocazione a tutti i costi. C’è un clima rilassato, una voglia di profonda libertà che non urla alla rivolta, quanto più ad un ritrovato benessere nell’abbracciare le infinite moltitudini di essere se stessi. Il classicismo di un certo approccio sartoriale rimane un pillar fondamentale, ma si spoglia delle sue sovrastrutture ingessate; diventa più morbido, si lascia andare ad intrusioni più o meno timide di mondi nuovi, ma senza per questo perderne l’essenza. C’è chi ha giudicato questa Menswear Fashion Week decisamente sottotono; ma forse sarebbe opportuno riflettere sull’importanza, ogni tanto, di saper fare dei passi indietro piuttosto che mille passi in avanti, soprattutto se la confusione impera sovrana nel mondo creativo. Respirare, prendersi del tempo, sondare le acque senza opporsi necessariamente alle onde, ma lasciandosi trasportare da esse. L’importanza di prendersi il proprio tempo, in vista, si spera, di un rilancio generale.

Prada: tra realtà e immaginazione nulla è come sembra

C’è chi ci ha visto solo Raf Simons in questa collezione Prada SS25, ma chi conosce Miuccia e la sua storia avrà saputo benissimo riconoscere che quella traccia e quel gusto ormai leggendario per l’errore sono stati fondamentali anche in questa sfilata. A metà tra il nerd-chic e i raver, gli uomini portati in passerella da Prada sono apparentemente smarriti, ma in realtà hanno probabilmente scelto di percorrere la strada della perdizione per poi ritrovarsi. Ritrovare se stessi ma anche ritrovare un collegamento umano con il prossimo, un bisogno di prossimità. Passato e futuro? Fantastico e realistico? Terreno e ultraterreno? Non ci è dato sapere quali siano specificatamente i mondi di riferimento che Miuccia Prada e Raf Simons abbiano scelto per raccontare questo ponte immaginario, ma senza dubbio le commistioni sono tante e perfettamente intersecate tra loro. Tra proporzioni distorte, dettagli trompe l’oeil, finiture playful applicate al workwear e colori pop acid, niente è quel che sembra in questa collezione, il che porta lo spettatore per l’ennesima volta a compiere un esercizio fondamentale, e spesso dimenticato, per il progredire della società: farsi delle domande.

JW Anderson: l’evasione come bisogno primario

Quanto è bravo Jonathan Anderson, lo dicono tutti. Definito “The King of Fashion”, il designer ha la capacità di mietere un successo dietro l’altro, in perfetta armonia tra artigianato, sperimentazione, occhio furbo verso operazioni di marketing milionarie, realismo magico, concettuale e immancabili oggetti del desiderio. La sfilata SS25 presentata sulle passerelle milanesi ci racconta, anche questa volta, di un bisogno di evasione. C’è tutto il “meraviglioso”, il fiabesco, i riferimenti alla leggendaria cultura irlandese, ma anche collaborazioni che strizzano l’occhio a simboli della pop-culture, come quella con il marchio di birre Guinness. Capispalla bombati in pelle diventano morbidi, indossati sopra a tee dallo slogan  « Real Sleep » in una collezione che sembra voler offrire una via di fuga dal tumulto del mondo reale. Con umorismo, Anderson gioca sui contrasti, passando dall’infinitamente piccolo all’esageratamente grande. Rievoca la nostalgia ricreando case a schiera georgiane e cottage bucolici sulla sua maglieria, ornata da porte e finestre intarsiate, come scene di una fiaba.

Dolce&Gabbana: farlo all’italiana, farlo fatto bene

Uno dei grandissimi punti di forza di Dolce&Gabbana è la sua capacità di rimanere fedele a se stesso senza snaturarsi mai, eppure raccontando ogni volta una versione diversa della stessa storia. Una storia fortunatissima, ricca, densa di aneddoti, come quella dell’italianità, che ha reso il brand fondato dal duo di designer senza dubbio uno dei più riconoscibili a livello internazionale. L’ultima collezione ci parla di alcune bellezze rare della nostra penisola: Capri, Venezia, Portofino. C’è un altissimo valore artigianale che trasuda ad ogni uscita: lo troviamo nell’utilizzo della rafia, nella maglieria, nella seta delle camicie impreziosite da ricami cuciti con dovizia di particolari. Lo ritroviamo nei pantaloni classici ma morbidi, negli accessori. Tutto è fatto bene in questa collezione, tutto ci fa respirare l’autentico plus del Made In Italy. A volte non è necessario sovvertire tutto per impressionare il pubblico. Loro ci riescono ogni volta senza mai tradire se stessi; se non è un talento questo.

Moschino: “Fun for Fun”

Ancora libertà è la parola d’ordine di Adrian Appiolaza, che nonostante sia soltanto alla seconda collezione al timone di Moschino, sembra aver percepito perfettamente i codici ancestrali appartenenti al marchio icona degli anni ’80. Il “Fun for Fun”, manifesto di una filosofia consacrata dallo stesso founder Franco, in questa collezione menswear si esprime perfettamente, attraverso il libero uso dell’assemblaggio. La borsa da lavoro a forma di cuore, camicie allungate e shorts, trench e abiti gessati, maglioni con oblò racchiusi in colletti, pantaloni e camicie over tempestati di bottoni, camicie sovrapposte da giacche in trompe l’oeil dicono che “la realtà è quella che ti costruisci”. Un inno all’unicità del singolo, la collezione esplora il mondo, la mente, trova il paradiso in un caos urbano, esalta la bellezza del perdersi e magari non ritrovarsi nemmeno. Perché chi trova un luogo al di fuori di questa realtà, vien da dire, perché dovrebbe poi abbandonarlo?

Magliano: il futuro del Made In Italy

Dopo aver vinto l’LVMH Prize, essere stato guest designer al Pitti e aver portato a casa altri successi, Magliano è tornato a sfilare a Milano, e lo ha fatto, come di consueto, portando in scena tutto quello che è il suo prezioso mondo. Un mondo fatto di intimità, di cose semplici ma poetiche, di un talento come non se ne vedevano da tempo, ma senza mai crogiolarsi nel facile esibizionismo; c’è un clima di profonda familiarità nelle collezioni realizzate da Luca Magliano, ma non è una familiarità intesa come arte dell’arrangiarsi, quanto piuttosto come capacità di trovare la bellezza anche nella verità. “Una tempesta estiva”; così ha definito il designer la sua collezione Spring Summer 2025, dove il contrasto e l’insubordinazione la fanno da padrone. Capi che apparentemente non centrano nulla l’uno con l’altro, in questa sfilata trovano un senso poetico e a tratti disobbediente, ma è una disobbedienza necessaria per trasmettere una “normalizzazione” dell’umanità.

Martin Rose: un pò di Londra a Milano

Martin Rose ha sfilato per la prima volta a Milano per questa stagione Spring Summer 2025, e lo ha fatto portandosi dietro tutto il suo eclettico heritage britannico. In pieno contesto industrial nel cuore di Porta Romana, i modelli, una miscela diversificata di generi e etnie, hanno sfilato su una passerella illuminata da luci soffuse indossando capi che sfidavano le convenzioni e ridefinivano le silhouette classiche. Un caleidoscopio di ispirazioni, che attingeva da tutto, dalla sottocultura punk londinese agli archivi del vintage sportivo americano, fino alle uniformi scolastiche e ai capi da lavoro. I tessuti spaziavano dal denim consumato al tartan preppy, ai completi gessati, creando un contrasto eclettico di texture e motivi. Tra nasi protesici, trecce spettinate e acrilici decorati, Rose ha con umorismo scardinato gli standard di bellezza eurocentrici, sottolineando l’importanza di prescinderli.

Gucci: una moda di incontri, seguendo il flow delle onde

Linearità, chiarezza, essenzialità. Sabato De Sarno ci sta silenziosamente abituando a questi codici estetici per il suo Gucci, e lo fa anche per questa Menswear Collection Spring Summer 2025. Un’eleganza distesa ed essenziale che non rinuncia alla formalità di un lusso che assume le sembianze di capi perfettamente bilanciati. «Questa collezione parla di incontri – l’incontro fra la città e la spiaggia, e tra persone che amano la vita» afferma il direttore creativo. E questa conversazione immaginaria fra estetiche così lontane, quella metropolitana e quella vacanziera, da vita a una collezione che è sintesi dei due mondi. Erotismo rilassato, libertà tipica della Surf Culture losangelina, ma anche la sartorialità applicata a short pants con fibbia in metallo dorato, o ai capospalla in neoprene nelle tinte pastello. Edonismo e praticità, un connubio vincente ma realistico.

Louis Vuitton: un messaggio universale di umanità

Pharrel Williams è riuscito a lanciare il messaggio oltre l’abito. E sebbene per qualcuno possa sembrare scontato, ci dimostra che è proprio in momenti storici come questo che c’è profondo bisogno di condividere queste visioni. Non c’è banalità, anacronismo, moralismo: è giusto invitare alla pace e alla fratellanza, sempre e comunque. Nella spettacolare cornice del Palazzo dell’Unesco, tra bandiere di tutto il mondo e giardini vastissimi, Pharrell reinterpreta i codici dello streetwear in chiave sempre meno street e più lussuosa, ma comunque funzionale. Una sfilata di portate maestose ma con capi estremamente portabili.

Rick Owens: magnificenza hollywoodiana e una rinascita spirituale

Rick Owens sta compiendo un percorso di revisione della sua vita, e le ultime stagioni delle sua sfilate dimostrano questo approccio retrospettivo. Dopo Porterville, città che gli ha dato i natali, questa è la volta di Hollywood, quartiere di Los Angeles dove ha avuto inizio la sua carriera. Hollywoodiana era effettivamente la scenografia, una vera e propria processione che faceva riferimento ai grandi film kolossal degli anni ’50, ma le candide truppe che hanno marciato al Palais de Tokyo celavano anche un significato più profondo. Un messaggio di pace, spiegato dicotomicamente attraverso il suo opposto, la guerra, un bisogno di collisione e unione, ma anche di una ritrovata spiritualità. Stare uniti restando indipendenti si può.

Dries Van Noten: l’addio che già stiamo rimpiangendo

Dries Van Noten è uno di quei maestri assoluti della moda al quale non ci si può che rivolgere con assoluto rispetto. Un rispetto che è ben espresso anche nelle sue collezioni, visionarie ma ben radicate. L’addio, dopo 38 anni di carriera, di questo designer dei “Sei di Anversa” divenuto poi un’istituzione, ha fatto commuovere in molti. Il suo show finale è ancora una volta traduzione tangibile dello stile Van Noten: usare razionalismo e pragmatismo per veicolare il romanticismo più poetico, anche in chiave maschile. Una capacità non comune a molti designer, soprattutto quelle delle nuove generazioni, di riflettere sul significato dei capi prima che arrivino in sfilata, e non dopo. Un approccio antico, classico, fatto bene, con autenticità e devozione; Dries Van Noten è il direttore creativo di cui tutti avevamo, ancora, bisogno e che, siamo sicuri, rimpiangeremo in molti.

[📷 martine-rose.com; dolcegabbana.com]

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