Parlare di Sarah Burton è sempre un esercizio complesso. Il suo talento nel design è innegabile, così come quella rara capacità di approcciarsi al prodotto e alla materia con un rigore preciso, quasi chirurgico, dimostrando una non comune familiarità con cuciture, tagli, proporzioni e tessuti. In un momento storico in cui la moda sembra spesso procedere per intuizioni intermittenti e vacillamenti creativi, Burton appartiene a una scuola diversa: quella di chi sa ancora costruire un abito, comprenderne la struttura, spingerla al limite senza mai perdere il controllo.
Eppure, il suo primo anno da Givenchy rimane, almeno per ora, in un territorio curiosamente tiepido. Le collezioni sono ricche di capi squisiti, questo è difficile da mettere in discussione. Ciò che sembra mancare è qualcosa che vada oltre l’esercizio impeccabile: un battito, una direzione, una visione capace di estendersi al di là dell’abito stesso e di cominciare a raccontare cosa Givenchy possa diventare sotto la sua guida.

Perché se è vero che i designer che ci propongono soltanto visioni, senza sostanza, hanno finito per stancarci, è altrettanto vero che l’anima di una collezione – quel messaggio, quella tensione intellettuale e persino emotiva che dovrebbe attraversare un guardaroba e, nel tempo, costruire l’identità di una maison – rimane fondamentale. Una cosa non può prescindere dall’altra: la moda ha bisogno tanto della materia quanto dell’idea. La Summer 27 di Givenchy torna così a costruirsi intorno a una moltitudine di femminilità, ed è forse questo uno dei meriti più evidenti di Burton. La stilista britannica sembra interessata prima di tutto ai corpi e alle personalità che i suoi vestiti possono accogliere: dalla sensualità più esplicita alla praticità quotidiana, dalla seduzione alla severità sartoriale. Ci sono reggiseni voluttuosi e geometrici che accolgono il corpo anziché semplicemente scoprirlo, così come completi dal rigore androgino, attraversati da una precisione quasi maschile.
L’intera collezione vive di una tensione costante tra forme e tagli, geometrie d’avanguardia e finiture sottilissime, color block decisi e un futurismo discreto che affiora nei momenti più inattesi. È nel dailywear, dove volumetrie inusuali e tridimensionali trasformano silhouette apparentemente essenziali, ma anche nella sera, con goddess dress eterei che sembrano provenire più da un film di fantascienza che dal consueto repertorio del romanticismo. E ancora nella pelle, seducente e tagliata al coltello, sharp e definita, ora rock ora vibrante, tra blu Klein, verde smeraldo, nero e rosso fiammante.


Tutto è grafico, tutto è estremamente costruito. Eppure nulla sembra distante dalla realtà del guardaroba. Pensiamo alle numerose combinazioni di denim e giacche slim in satin, con il punto vita segnato, o a una serie di pezzi che sembrano chiedere di essere indossati prima ancora che contemplati. Anche gli accessori partecipano a questa grammatica: volutamente esagerati, ironici, talvolta quasi eccentrici, giocano con le proporzioni e sembrano concedersi una libertà che gli abiti, più rigorosi, trattengono. E allora?
Allora succede che, a volte, anche davanti a esercizi stilistici realizzati ad hoc, il cuore finisca per battere un po’ meno forte. È forse questo il punto ancora irrisolto del Givenchy di Sarah Burton: non la qualità, che è indiscutibile, né la capacità tecnica, che resta una delle più solide oggi in circolazione, ma la sensazione di trovarsi davanti a un linguaggio che deve ancora diventare veramente personale.
Viene da chiedersi se Sarah Burton si senta davvero a casa da Givenchy. Se abbia già fatto propria la maison, con la sua storia e il suo immaginario, oppure se stia ancora semplicemente dimostrando, con una collezione dopo l’altra, quanto sia smisurato il suo talento. Perché Givenchy non ha bisogno soltanto di una designer capace di realizzare abiti magnifici. Ha bisogno che quei vestiti, a un certo punto, comincino a dire qualcosa che appartenga soltanto a lei. Forse è proprio questo il capitolo che Burton deve ancora scrivere.


[📷 Courtesy of Givenchy]