Gimp mask, con la maschera siamo davvero liberi di essere noi stessi

Pirandello lo aveva definito molto bene il concetto di maschera, stratagemma visivo da indossare di volta in volta in diverse situazioni, protezione a difesa di una verità personale troppo fragile, o abile diversivo per mistificare la menzogna. Uno, nessuno, centomila. Niente è vero e niente è falso. E tutto è vero e tutto è falso. Il mondo del fumetto, e successivamente del gaming, conosce molto bene questa dinamica: Batman, Il Joker, Cat-Woman o Superman indossano tutti delle maschere a protezione della propria identità pubblica, eppure proprio indossando quelle maschere riescono ad esprimere la loro vera natura liberamente.

In questo senso il mondo del sesso si interseca perfettamente in questo segmento di verità e menzogna. Il sesso non solo considerato come atto di amore tra due persone, ma nella sua molteplicità, un concetto fluido, giocoso, poliedrico, democratico e autentico, dove si è profondamente veri anche al buio più nero, dove ci si riconosce anche senza conoscere il nome della controparte. Lo sapevano bene nei gay club delle grandi metropoli del secolo scorso, ed è in questo clima di oppressione e conseguente evasione dagli stigmi sociali che quella che era inizialmente una necessità, ovvero nascondere la propria identità/maschera pubblica, è pian piano divenuta un’esigenza di piacere sottilmente perversa e infine un codice estetico.

Lattice, pelle, borchie, pvc, corsetti, cerniere e maschere diventano elementi distintivi di uno stile molto specifico, che nel tempo ha perso sempre più la connotazione sessuale di un certo “ demi monde” notturno, per farsi largo spazio nell’abbigliamento comune, spesso snaturandolo della sua necessità iniziale. È discutibile che la maschera Gimp sia entrata nell’immaginario pop con Pulp Fiction di Quentin Tarantino del 1994 e con il suo personaggio chiamato appunto The Gimp; la creatura vestita stile bondage, muta e psicopaticamente violenta che vive nel seminterrato del banco dei pegni di Maynard, sottomessa per condurre le sue azioni malvagie. È questa l’immagine da incubo del Gimp e dell’abbigliamento bondage “estremo” che si è imposta nell’immaginario collettivo fino ai giorni nostri, eppure l’uso di questa maschera all’interno della sottocultura BDSM può essere ritrovato nella stampa underground delle comunità già negli anni ’40, con un gusto che possiamo ritrovare in pellicola come “Il portiere di Notte” di Liliana Cavani, oltre a costituire una parte importante della cultura estetica delle scene dei sex club queer negli anni ’70 e ’80, come documentato nella fotografia di Robert Mapplethorpe. La moda come sempre si è fatta portavoce di certi scombussoli sociali, e la prima ad aver introdotto gli elementi del BDSM nelle proprie collezioni è stata Vivienne Westwood all’inizio degli anni ’70, ai tempi proprietaria semi sconosciuta della boutique a King’s Road “SEX”, in seguito diventata mecca dei punk londinesi. Vivienne sceglie di inserire elementi della bondage culture per l’allestimento del negozio, e sceglie di distribuire all’interno dello stesso linee specializzate di abbigliamento e accessori fetish come Atomage, London Leatherman e She-And-Me; un tipo di merch che fino ad allora si poteva trovare solo nei vicoli squallidi di Soho.

Quando lo stile punk lascia spazio alle balze sulle camicie e agli echi elettronici del “New Romantic” un altro personaggio balza agli occhi della cronaca come fautore di un nuovo stile dove bondage e teatralità si mixano insieme per un risultato unico, Leigh Bowery. Personaggio icona della scena underground londinese, Bowery fa della maschera Gymp un elemento iconografico delle sue creazioni per i Club Kids e i suoi spettacoli di performing art, che ancora oggi sono un’inesauribile fonte di ispirazione per i designer. Un’eredita che possiamo riscontrare già nelle collezioni di Thierry Muller degli anni ’90, o nella collezione “French Can Can” di Gaultier del 1991. Altro stile, altro senso della maschera, la sfilata di debutto di Maison Margiela del 1989 esprime sin da subito il desiderio del designer di nascondere l’identità a favore di un significato più profondamente autentico e “oltre”, e per questo motivo fa sfilare le modelle con il volto coperto. Una costante della maison che abbiamo ritrovato spesso stagione dopo stagione, e che è stata il leitmotiv di Martin Margiela stesso, che in tanti anni di carriera non ha mai rilasciato foto o interviste, scegliendo di privare il pubblico della sua maschera pubblica a favor di quella puramente creativa legata al suo marchio. L’altro belga, Walter Van Bierendonck, ha esplorato le molteplici forme delle maschere Gimp fin dagli anni ’80, come simbolo omoerotico, ispirandosi ai personaggi fantasy utilizzando latex colorato, o con creazioni ispirate ai wrestler messicani. L’amore di Bierendonck per gli abiti che oscurano il volto lo ha portato anche a co-curare la mostra The Power Of Masks – con opere di Jean Paul Basquiat, Cindy Sherman e Picasso – presso lo stimato Wereldmuseum di Rotterdam nel 2017.

Ad oggi a imprimere fortemente lo straordinario potere evocativo della maschera ci ha pensato Kim Kardashian al Met Gala del 2021 con un abito head-to-toe nero firmato Balenciaga, e i designer continuano a subirne il suo fascino misterioso e impattante; Schiaparelli ne ha reinterpretato i materiali coprendo la superficie di piume e aggiungendo un tocco drammatico con delle lunghe ciglia, oppure il brand newyorkese AREA che ha proposto una sua visione giocosa impreziosendola con grossi gioielli. Anche Ludovic de Saint Sernin ha dato vita ai nostri sogni più osé reindirizzando l’accessorio in questione ad una visione più esplicitamente sexy, mentre nell’immaginario di Balmain, con il designer Oliver Rousteing queste assumono una connotazione quasi futuristica, realizzate con materiali metallici dal finish lucido.

La maschera Gimp continua ad affascinare e a far discutere e ad oggi più che mai il suo significato può acquistare una valenza sociale interessante; nascondendo e rimuovendo i tratti più caratteristici e definitivi di chi la indossa, rendendolo antropomorfo e non riconoscibile come umano, l’anonimato della maschera diventa una tabula rasa per proiettare le paure e le ansie di un’epoca, quella contemporanea, caratterizzata da un controllo quasi orwelliano di tutti i nostri dati, dai software di riconoscimento facciale e dalla crescente confusione delle nostre identità social e non. La maschera quindi come passaporto per la libertà in un mondo dominato dal conformismo ansioso, e non più come simbolo di depravazione. Con la maschera siamo davvero noi stessi, e dopotutto non c’è nulla di meglio al mondo.

[📸 Avalon, Trinity Mirror, Mirrorpix, Alamy, Shutterstock / IPA; Getty Images 📹YouTube: areanyc e schiaparelli, Getty Images]

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