Esiste un simbolo di ospitalità migliore del caffè per noi italiani?

Lungo, ristretto, corretto, macchiato, schiumato, freddo, caldo. Caffè nero bollente. In una tazza piccola, grande, in una tazzulell’, in un vetrino, doppio o sospeso. Pure ‘n carcere o’ sanno fa. Non c’è un simbolo italiano di accoglienza e gentilezza migliore di un caffè. Quello che non è solo un rito, un momento preciso della giornata di piacere e godimento, ma è anche un gesto nei confronti di un ospite o di un amico. O anche un pretesto per invitare una persona a noi cara oppure una persona che vorremmo conoscere.

«Ci andiamo a prendere un caffè?». Per parlare, scoprire di più dell’interlocutore o anche per accogliere una persona a casa. È un po’ una chiave universale nella serratura sociale, per rompere il ghiaccio e mettere a proprio agio una persona. Perché un caffè non si rifiuta mai. Né al bar, dove milioni di italiani iniziano la giornata o transitano per qualche minuto ogni giorno, né a casa, dove alla tradizionale moka, negli ultimi anni, si sono alternate le capsule. È una bevanda? Non solo, è molto di più. Perché soprattutto per noi italiani è un linguaggio che oltrepassa barriere e unisce, in sorsi e anche nei fondi, in cui qualcuno scorge il futuro.

Eduardo De Filippo in uno storico monologo disse: «Io, per esempio, a tutto rinunzierei tranne a questa tazzina di caffè, presa tranquillamente qua, fuori al balcone, dopo quell’oretta di sonno che uno si è fatta dopo mangiato». Un sentimento comune a molti. Ma alla letteratura, ai film e alle canzoni che ci hanno fatto assaggiare il caffè di Don Raffaè o i 7000 di Britti, c’è la vita di tutti i giorni. Che, come colonna sonora, magari ha il rumore del caffè che esce dalla moka, della cremetta fatta in casa, delle tazzine e dei cucchiaini.

[📸 Getty Images; GALA Images ARCHIVE, Alamy / IPA; 📹 Rai]

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