Conoscere il codice, prendere la misura: Ann Demeulemeester SS27

Lonesome Heaven è il titolo della collezione Spring/Summer di Ann Demeulemeester, disegnata da Stefano Gallici, alla direzione creativa della maison dal 2023. Qui, come del resto nelle collezioni precedenti, è evidente un aspetto: Gallici è vittima di se stesso. Della fretta, soprattutto, e della necessità di dimostrare di aver compreso fino in fondo un linguaggio tanto preciso quanto difficile da ereditare. Il suo lavoro parte da una conoscenza evidente dell’universo di Ann Demeulemeester, dei suoi codici e delle tensioni che lo hanno reso riconoscibile nel tempo, ma sembra volerli dimostrare tutti insieme, senza concedere loro quello spazio necessario perché possano acquisire peso.

Ann ha costruito il proprio linguaggio attraverso una serie di contrasti: la precisione della sartoria accanto alla fluidità del tessuto, il rigore maschile accanto alla vulnerabilità del corpo, la pelle e la seta, la struttura e il movimento, la protezione e l’abbandono. Le giacche hanno una costruzione netta, mentre nastri, lacci, fili e tessuti seguono il corpo, lo lasciano emergere. L’asimmetria, la destrutturazione, le stratificazioni e quella particolare idea di romanticismo che attraversa il suo lavoro acquistano senso proprio perché vengono tenute in equilibrio. In Lonesome Heaven questi elementi vengono portati tutti in superficie: camicie dal taglio romantico e dal collo alto si aprono in infiniti fili e si accompagnano a giacche nere cropped dal taglio napoleonico; pelli da trench incontrano sete sottili, ruches e frange si stratificano, i dettagli si accumulano, i ganci ai piedi vengono accostati a blazer strutturati. Sono tutti elementi che appartengono alla grammatica di Ann, ma la loro concentrazione finisce per trasformare una lingua complessa in un repertorio di segni immediatamente riconoscibili.

La difficoltà, per Gallici, sembra quindi stare meno nella comprensione del codice che nella sua misura. Perché la chiave della moda di Ann, come di quella particolare scuola belga a cui appartiene, è proprio la capacità di lasciare che le cose rimangano in tensione senza risolverle, senza riempire ogni spazio. C’è nella sua moda un silenzioso ribollire che vive sotto la superficie, meraviglioso e fragile. La forza arriva dalla sottrazione, dalle proporzioni, dal movimento di un tessuto, dalla presenza di un corpo che rimane in parte esposto e in parte protetto. Anche la poesia, così centrale nel suo lavoro, entra nell’abito attraverso questa dimensione più profonda: non come citazione o decorazione, ma come modo di pensare il corpo, l’identità e la materia.

Quando tutti i codici vengono portati contemporaneamente in primo piano, la riflessione che dovrebbe attraversare la collezione rimane soffocata dalla loro stessa evidenza e la superficie prende il sopravvento sulla profondità. La rinomata darkness di Ann nasce esattamente da qui, da questa profondità, che è tutto fuorché gotica. Il nero è introspezione, austerità, un andare a fondo, un portare dentro; ha una dimensione spirituale e una severità calvinista che lo tengono lontano da qualsiasi idea puramente estetica di oscurità. Allo stesso modo, la femminilità rimane androgina, sospesa fra maschile e femminile, mentre la sensualità passa attraverso la vulnerabilità del corpo e attraverso ciò che l’abito protegge invece di esporre completamente. Questa vulnerabilità, in Lonesome Heaven, è assente. La volontà di rendere visibili i codici, di moltiplicarne la presenza e di sottolinearne il carattere ribelle finisce per assorbire quella parte più intima della ricerca di Ann.

Interessanti alcune lavorazioni, come l’effetto sporco sui pantaloni e sui cummerbund in seta, volutamente sfregiati di bianco, come macchie di ruggine esposte al sole. La stessa tecnica viene ripresa sui blazer e acquista una qualità materica molto interessante, dando alla superficie un senso di usura e trasformazione. Belli anche i completi più sobri, le giacche dal fit perfetto, i colli altissimi, tutti quei momenti in cui la costruzione dell’abito riesce a imporsi senza bisogno di ulteriori interventi. Sono forse le parti in cui si avverte con maggiore chiarezza quanto potrebbe essere interessante il lavoro di Gallici quando il riferimento ad Ann smette di essere una somma di codici e torna a essere un principio.

L’insieme, purtroppo, rimane troppo carico. Gallici conosce il linguaggio che ha ereditato e ne riconosce perfettamente i segni; quello che manca è ancora la capacità di selezionare, di lasciare che un elemento abbia il tempo di sedimentare e che il corpo torni a essere il centro della riflessione.

[📸 Getty Images]

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