Anita Pallenberg: su Prime Video il documentario sulla musa dei Rolling Stones che ebbe sempre il coraggio di essere se stessa

In un mondo di influencer e content creators votate ai post su Instagram e ai video su TikTok, fa strano pensare che più di 50 anni fa esistevano persone che dettavano tendenza in modo del tutto naturale. Nessuna strategia, nessun filtro, nessuna attività di product placements, semplicemente la persona e la sua personalità. Anita Pallenberg è stata senza dubbio una di quelle personalità destinate ad entrare nel mito per il solo e semplice fatto di essere se stesse.

Nata a Roma nel 1942 da famiglia con origini tedesche, la giovane Anita vive la capitale italiana in uno dei momenti di maggiore splendore, quello della Dolcevita, crescendo in una grande villa piena di libri e opere d’arte. Esuberante e ribelle, ma soprattutto caratterizzata da uno stile unico nel suo genere, non fa fatica a fare stragi di cuori, e infatti intrattiene una relazione con l’artista Mario Schifano; lui, il pittore di Via Ripetta, è l’emblema bohémienne degli artisti maledetti all’italiana, e Anita, poco più che sedicenne, marina la scuola per andare a vivere “la vita vera” in compagnia del suo uomo. Bevono, fumano, si drogano, molto, e passano i pomeriggi al Caffè Rosati di Piazza del Popolo, un bar frequentato da personaggi come Moravia, Fellini, Pasolini. Quando Schifano viene chiamato a New York come artista di punta, la poco più che adolescente Anita non ci pensa due volte e si imbarca anche lei; e mentre lui si destreggia tra curatori e vernissage, la ragazza intraprendente va dritta a bussare all’unica porta che valeva la pena bussare allora: quella della Factory di Andy Warhol. In breve tempo la Pallenberg diventa parte integrante della combriccola più dissacrante di New York City e se ne va in giro a scorrazzare per la città e far festa ogni giorno. Schifano dopo qualche mese vuole tornare in Italia ma Anita non lo segue; messa sotto contratto dalla stessa agenzia di modelle di Twiggy, la ragazza sceglie se stessa e saluta il suo primo amore senza rimpianti.

Dopo un ruolo nel film “Barbarella” con protagonista Jane Fonda, la Pallenberg lavora come modella e gira il mondo, ed è proprio durante una tappa a Monaco, che la ragazza una sera va a vedere un concerto di quella che era la band più chiacchierata del mondo, i Rolling Stones. Keith Richards la nota subito, ma Anita rimane inizialmente colpita da Brian Jones, con la quale intraprenderà quasi subito una relazione seguendolo a Londra. Anita e Brian Jones stanno insieme 2 anni, dal 1965 al 1967: sono anni di shooting di moda e dittatura di stile, i due si vestono, pettinano allo stesso modo, parlano in simbiosi. È la Londra alla Blow-Up di Antonioni. Un rapporto simbiotico ma anche tossico; i due litigano molto, ma Anita è senza dubbio un’anima indomabile. E proprio durante la crisi del loro rapporto che si inserisce Keith Richards, da sempre innamorato della bella italiana. I due scappano insieme, e vivranno un’intensa relazione di ben 12 anni da cui nasceranno 3 figli.

«Quando ho conosciuto Anita me la sono fatta sotto dalla paura» dirà Keith Richards. Anita è bellissima, estrosa, indipendente, è un uragano di esperienze e cultura: «Anita sapeva tutto, di tutti, e sapeva dirlo in 5 lingue». Al suo confronto, Keith si sente «uno zotico, un provinciale. Anita mi parlava, mi contestava quel poco che le balbettavo. Alle sue domande, l’unica risposta valida sarebbe stata: E io che ne so?» I due vivono un menage intenso ma affollato, oggi oseremmo dire poliamoroso. Anita ha storie con Mick Jagger e anche con la di lui compagna, Marianne Faithfull, altra grande musa del circolo intorno ai Rolling Stones. Ma a differenza della Faithfull, Anita non si è mai data veramente a nessuno, ha sempre scelto di vivere la sua vita secondo le sue regole.

Icona di stile di quel “Boho Rock Chic” che negli anni successivi è stato sulla cresta dell’onda a più riprese, Anita è la capostipite di tutte le Sienna Miller, Alexa Chung e Chloë Sevigny che negli anni si sono susseguite, rappresentando fino alla sua morte il punto di riferimento, per stile ed amicizia, di un’altra grande icona di stile contemporanea, Kate Moss. È il figlio della Pallenberg a presentarle e Kate rimane completamente folgorata dalla personalità e dalla coolness di questa donna non più giovanissima ma ancora piena di fascino. «Lei per me è esattamente come dovrebbe essere una rockstar ma sopratutto come dovrebbe essere una donna» ha affermato la Moss nel documentario “Catching Fire”, presentato lo scorso anno a Cannes e ora disponibile su Prime Video, per volere dei figli della Pallenberg.

Il documentario, che nella versione originale ha la voce di Scarlett Johansson, vuole ripercorrere i fasti e gli eccessi dell’elettrizzante personalità della Pallenberg aldilà delle sue relazioni sentimentali, che sono state a lungo le uniche motivazioni per cui è ricordata, tralasciando quanto invece fosse lei ad influenzare i Rolling Stones e non il contrario. Fu lei che suggerì a Keith Richards di truccarsi e giocare un primo concetto di genderless, fu lei che gli parlava di poeti europei, artisti, aprendogli la mente, è lei la musa eterna di alcuni dei suoi pezzi più celebri come “Angie”.

Dipendente dalla droga e dall’alcool per molto tempo, fino alla fine della sua vita la Pallenberg non ha mai smesso di essere musa di se stessa, come quando ha scelto di sfilare per Vivienne Westwood nel 1998 a 56 anni, sempre pronta a rimettersi in gioco, rinascendo dalle sue stesse ceneri. Scomparsa nel 2017 in seguito alle complicazioni dell’Epatite C, ancora oggi le immagini dei suoi look sono presenti nei moodboard di tantissimi designer, da Isabel Marant a Chloè. Il coraggio di essere sempre se stessi è l’unica chiave per ottenere un successo eterno.

[📷 Trinity Mirror, Mirrorpix, Alamy / IPA]

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